
La sentiamo pronunciare quando aumenta la spesa al supermercato, quando si parla di stipendi, mutui o decisioni delle banche centrali. Eppure “inflazione” contiene un’immagine molto più concreta di quanto suggerisca il linguaggio dell’economia: quella di qualcosa che si gonfia. Un’immagine semplice, quasi fisica, che ha accompagnato la parola prima che questa diventasse uno dei termini economici più familiari del nostro tempo.
Inflazione deriva infatti dal latino inflatio, collegato al verbo inflare: letteralmente, “soffiare dentro”, quindi gonfiare. La stessa famiglia linguistica porta con sé l’idea dell’aria che entra in qualcosa e ne aumenta il volume. È un’origine che riconosciamo più facilmente nell’italiano inflazionare, ma che nell’uso quotidiano di inflazione è ormai quasi invisibile.
Il passaggio all'economia è relativamente recente rispetto alla lunga storia della parola. In inglese inflation venne impiegato nell’Ottocento anche per descrivere un’espansione della quantità di moneta in circolazione: qualcosa, appunto, si “gonfiava”. Da qui il termine si è progressivamente legato ai fenomeni monetari e all’aumento generale dei prezzi, fino ad assumere il significato con cui oggi compare nei notiziari e nelle statistiche.
C'è però una sfumatura importante. Quando diciamo che “c'è inflazione”, non stiamo semplicemente dicendo che alcuni prodotti sono diventati più cari. In economia il termine indica un aumento generale e persistente del livello dei prezzi: il rincaro di un singolo bene, da solo, non basta. Se il prezzo delle fragole raddoppia per una cattiva stagione, per esempio, non per questo possiamo parlare automaticamente di inflazione dell'intera economia.
Ed è proprio qui che l'antica immagine del gonfiamento continua, con tutte le necessarie cautele, a funzionare. Non vediamo un singolo prezzo che sale isolatamente: vediamo il livello complessivo dei prezzi espandersi. Con la conseguenza che la stessa quantità di denaro consente di acquistare meno cose di prima.
La storia della parola riserva anche un'altra curiosità. Inflazione ha oltrepassato da tempo i confini dell'economia ed è tornata, in un certo senso, al suo significato più generale. Parliamo infatti di inflazione dei voti, di inflazione dei titoli, di inflazione normativa e perfino di inflazione delle parole. In tutti questi casi non ci sono prezzi che aumentano: c'è qualcosa che diventa troppo abbondante e, proprio per questo, rischia di perdere valore.
È un passaggio figurato particolarmente efficace. Se tutti ricevono il voto massimo, quel voto distingue meno; se qualsiasi evento viene definito “storico”, l'aggettivo finisce per impressionarci meno. L'inflazione diventa così non soltanto aumento, ma aumento che modifica il valore di ciò che aumenta.
Ed è forse questa la ragione per cui la parola è riuscita a uscire così facilmente dai manuali di economia. Il suo nucleo originario è intuitivo: qualcosa viene riempito, si espande, cresce oltre la misura precedente. Ma nell'uso moderno si aggiunge una conseguenza decisiva, quella della perdita di valore.
Dietro una parola apparentemente fredda e tecnica rimane dunque un gesto elementare: soffiare dentro qualcosa e vederla gonfiarsi. L'economia ha trasformato quell'immagine in un concetto preciso; la lingua comune, a sua volta, l'ha ripresa per raccontare tutti quei casi in cui l'abbondanza finisce paradossalmente per valere meno.
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