
Erano coperti di fango, avevano gli stivali sporchi e trascorrevano le giornate a recuperare libri, documenti e opere d'arte sommersi dall'acqua. Eppure furono chiamati angeli. È una delle espressioni più evocative nate attorno all'alluvione di Firenze del 1966: angeli del fango, un nome che accosta due immagini apparentemente inconciliabili e che è diventato il simbolo di una straordinaria mobilitazione collettiva.
Il 4 novembre 1966 l'Arno straripò, invadendo il centro storico di Firenze. L'acqua raggiunse abitazioni, negozi, chiese, musei e biblioteche, trascinando con sé detriti, terra e sostanze oleose. Il bilancio fu drammatico, con numerose vittime e danni gravissimi a una città che custodiva una parte fondamentale del patrimonio artistico e culturale italiano.
Nei giorni successivi cominciarono ad arrivare volontari da tutta Italia e dall'estero. Erano soprattutto giovani, molti dei quali studenti, che partirono spontaneamente per aiutare una città ferita. Alcuni ripulivano le strade, altri distribuivano viveri o prestavano assistenza alla popolazione. Molti si dedicarono a un'impresa particolarmente delicata: salvare dall'acqua e dal fango libri antichi, manoscritti, documenti e opere d'arte.
La Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze divenne uno dei luoghi simbolo di quella mobilitazione. La piena aveva sommerso quasi un milione di unità bibliografiche, mettendo a rischio raccolte di enorme valore. I volontari formarono lunghe catene umane per trasportare i volumi danneggiati verso luoghi più sicuri, dove sarebbero iniziati i difficili interventi di asciugatura e restauro.
Fu in questo scenario che prese forma l'espressione angeli del fango. La sua efficacia nasce da un contrasto immediato. La parola angelo deriva dal greco ángelos, che significa originariamente «messaggero», e richiama nell'uso figurato la bontà, la protezione e l'aiuto disinteressato. Il fango, parola di origine germanica, rappresenta invece qualcosa di materiale, sporco e pesante, associato anche figuratamente al degrado e alla perdita di dignità.
Accostare queste due parole significa unire idealmente ciò che sta in alto e ciò che si trova a terra. Gli angeli, nell'immaginario tradizionale, appartengono al cielo; i volontari di Firenze lavoravano immersi nella melma. La forza dell'espressione sta proprio in questo rovesciamento: la generosità non viene rappresentata attraverso un'immagine di purezza, ma attraverso persone che si sporcano per aiutare gli altri.
Il soprannome racconta anche qualcosa dell'Italia degli anni Sessanta. Una parte di quei giovani apparteneva alla generazione dei cosiddetti capelloni, ragazzi e ragazze influenzati dalla cultura beat, spesso guardati con diffidenza per il loro abbigliamento e i comportamenti anticonvenzionali. A Firenze, però, furono proprio molti di loro a offrire un esempio concreto di impegno civile.
Il giornalista Giovanni Grazzini, inviato del Corriere della Sera, contribuì a raccontare questa generosità, contrapponendola ai pregiudizi che circondavano i giovani beat. A lui viene frequentemente attribuita anche la creazione dell'espressione «angeli del fango», sebbene la paternità precisa non sia del tutto certa: nel 2016 suo figlio Filippo osservò che la locuzione completa non compariva nei cinque articoli scritti dal padre sull'alluvione.
Al di là dell'identità di chi la pronunciò per primo, l'espressione superò rapidamente i confini della vicenda fiorentina. Da soprannome legato a un evento preciso diventò un modo per indicare i volontari che intervengono spontaneamente dopo un'alluvione, soprattutto quando sono giovani e si dedicano alla rimozione del fango e all'assistenza delle persone colpite.
È accaduto, per esempio, durante le alluvioni dell'Emilia-Romagna del 2023, quando i giornali tornarono a parlare di angeli del fango. In quell'occasione alcuni volontari preferirono però un'espressione più scherzosa e vicina al dialetto locale: chi burdel de paciug, ovvero «i ragazzi del paciugo». Un modo meno solenne, ma altrettanto concreto, per descrivere chi aveva deciso di rendersi utile.
La fortuna di questa locuzione mostra come due parole comuni possano trasformarsi in un simbolo collettivo. A Firenze, nel 1966, gli angeli non avevano ali e non compivano miracoli: erano persone che passavano libri di mano in mano, spalavano detriti e cercavano di salvare ciò che l'acqua aveva travolto.
Il fango era il segno visibile della catastrofe. Chiamare angeli coloro che vi lavoravano immersi significava riconoscere, in mezzo alla distruzione, il valore di un gesto semplice: esserci quando qualcuno ha bisogno.
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